La musica popolare siciliana non esiste. A quanto al chilo?

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Nel 1993 quindici anni, suonavo in un gruppo. Avevo studiato chitarra, suonare musica "dura" ci caricava e non ricordo da dove nascesse l'esigenza di cantare in dialetto siciliano.
Penso ai ragazzi più grandi cresciuti con dosi massicce di musica pseudo-anglosassone e ho vissuto sulle mie spalle lo snobismo della maggior parte degli amici nei confronti del dialetto. In giro c'erano tantissimi gruppi metal, il reggae era in fase embrionale e il nostro giovane gruppo era strano: testi in dialetto, distorsioni e tarantelle.
Il perché di queste scelte stilistiche potrebbe apparire banale, crescere attorno a coetanei che si sforzano di parlare la lingua italiana con quel accento agreste, mi divertiva.
Tutte le nostre canzoni erano sporche, indefinibili, parlavano di cose importanti: noi siamo la generazione scampata all'eroina, siamo quelli delle canne, nati durante il boom economico, dopo la morte di carosello; non abbiamo incontrato mai nessuno che ci facesse innamorare della politica, al massimo qualcuno che ci regalava una maglietta del Che.
Andavamo avanti, eravamo fortunati a credere nella musica mentre altri coetanei svuotavano le case dei genitori per "farsi" (l'ultima generazione: quelli puliti fuori, socialmente belli ma comunque senza denti).

La musica popolare è risorta (W Gesù)
Il museo dei ricordi è stato già aperto da anni. Chi si è lasciato trasportare dall'emozione di non seguire la tendenza di turno, chi ha vissuto con la gente non ha avuto problemi, si è preso tutto quello che occorre per la musica; altri invece fanno lavoro di conservazione, inscatolano per la società dello spettacolo le vecchie canzoni.
Oggi, siciliano fa tendenza. Su una rivista specializzata di "world music" ho letto di una cantante "nostrana" come "nuova voce della Sicilia", interprete delle tradizioni; penso che questo non serva, penso sia inutile "cantarsi addosso" rubacchiando qua e là, issando la bandiera della sicilianità con Totò Cuffaro.
E' importante l'esempio di Cicciu Busacca, il primo cantastorie moderno, inventore del cantastorie impegnato che non narra più di favole, leggende e corti ma di lavoratori, compagni uccisi dalla mafia. Busacca, complice Ignazio Buttitta ha sentito l'esigenza di rinnovarsi dall'inutilità di una nostalgia statica e di uno stile marchettaro preponderante; grazie a Busacca verranno fuori grandi personaggi come Franco Trincale, l'unico vero cantastorie dei nostri giorni che continua ad inquietare gli abitanti di Milano con le sue storie di impegno civile e politico esibendosi in piazza, in strada, davanti ai tribunali.
 
Gli individui
Cari appassionati di tradizioni, non venite in Sicilia a cercare canti e cunti: la musica popolare qui non esiste. Esistono individui, realtà lontane tra loro che hanno seguito un percorso congeniale alle proprie esigenze, magari ispirandosi alla gente con cui vivono quotidianamente.
Oggi la tradizione siciliana non ha motivo di esistere. Dopo aver usurpato, rubato, svenduto quelle precedenti non ci resta altro che rimetterci in gioco; dopo tutto, l'abbiamo sempre fatto, abbiamo sempre accettato tutto ciò che da lontano arriva facendolo nostro e rinnovandolo (la tradizione non è mai stata solo una).
L'etno-moda di dieci anni fa, quando tutti passarono dall'ampli valvolare alla derbuka non si usa più (forse perché la musica reggae è più ballabile). Ci sono comunque tanti musicisti che dicono di occuparsi di musica tradizionale ma la maggior parte continuano a favorire nelle loro canzoni le influenze del Mediterraneo (Nord Africa, Grecia). Ciò nonostante la situazione è meno confusa rispetto a qualche anno fa: molti gruppi che miscelavano stili in modo casuale hanno trovato la propria direzione, gli altri si sono venduti, finalmente è nata una coscienza: di chi fa e chi delega al gusto del mercato.
Una teoria disinteressata, uno sguardo dall'alto o da lontano, non mi appartiene. Porterò il mio esempio personale, senza la pretesa di convincere nessuno o di dare un fondamentale apporto alla società; mi è congeniale esporre il mio progetto per semplice istinto di comunicazione, di impatto non astratto nei confronti del lettore; inserisco al riguardo, parte della presentazione del Canzoniere Sintetico, un progetto instabile che coinvolge anche M. Barile, Tirriddiliu, R. Van Alebeek. Credo sia utile qui un breve riferimento a quel testo, perché chiarisce come per noi l'innovazione e la sperimentazione siano una pratica quotidianamente spontanea: […] il progetto Canzoniere Sintetico, ha una solida base tradizionale che obbligatoriamente si prefigge di annientare e disturbare con amore il passato contadino e paesano che ci appartiene. #Questo concetto vorrebbe essere un passo nel futuro della musica folk e tradizionale, quel passo di chi ha assimilato, di chi è nato in un dato contesto dove gli antropologi non esistono e neanche gli etno-turisti alla ricerca della danza perduta […]#Potremmo anche odiare il Carretto Siciliano, gli Arancini, le Scacce, il Marranzano, solamente quando non vediamo e sentiamo spontaneità, solamente quando qualcuno si inventa uno stile nuovo che non gli appartiene e lo spaccia per musica etnica o world music (alcuni credono che in Sicilia parliamo l'arabo e abbiamo la derbuka come strumento tradizionale).#Riconosciamo come la Cultura araba abbia influenzato positivamente la nostra (tutta quella Occidentale), vorrei solamente ricordare che gli Arabi rimasero in Sicilia più di duecento anni, tra l'800 e il 1000 circa, poi arrivarono i Normanni, ma nessuno suona l'arpa tradizionale Siciliana o magari la ghironda. […] Sarebbe sbagliato non ricordare luoghi importanti dove vive ancora un'antica tradizione musicale e folkloristica. In molti paesi esistono bellissime feste, di solito legate ad eventi religiosi, dove gli abitanti sentono ancora quel sincero spirito di aggregazione.
Dal Pitré alla fine dell'ottocento fino a Lomax e De Martino negli anni cinquanta, un serio lavoro di catalogazione è stato già fatto.
Oggi non avrebbe più senso questo tipo di approccio se non per l'uso di registratori e macchine fotografiche digitali. I nostalgici e gli sprovveduti ricercatori possono venire a trovarci e magari berremo un buon bicchiere di vino evitandoci estenuanti camminate a cercare vecchi signori che raccontano storie, magari li incontreremo per caso senza lo stress del vento al microfono o dell'assenza di luce diurna.
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4 Responses to La musica popolare siciliana non esiste. A quanto al chilo?

  1. arte says:

    grazie salvo
    quelli mi piacciano pure a me.
    i fratelli mancuso la prima volta li vidi a roma, almeno 9 anni fa; mi piaceva la loro dimensione, assolutamente originale…lo stesso per alfio antico che, come suona il tamburello lui, nessuno.
    ovviamente questi artisti non potranno mai diventare comerciali senza la danzatrice magrebina o il tamburo che fa: “tun tu tu dun”!!!
    ciao

  2. salvo says:

    malgrado tutto , quello che dici è stravero . la musica siciliana sta diventando una bella vetrina per i borghesucci e ricercatori di un ago in un pagliaio ,oramai . invece di essere siciliani e vivere le nostre condizioni sfruttando la musica come una forza che cresce dentro di noi , abbiamo bisogno di aggiungere condimento in un piatto di per sè condito. stringo la mano ai fratelli mancuso e ad alfio antico . ciao

  3. nto says:

    caro professore
    si vede che studiare “la scienza approfonditamente” ti lascia poco tempo per leggere su internet gli inutili blog: infatti di questo articolo forse hai letto solo il titolo.
    di solito non mi giustifico con chi manco si presenta (potevi lasciare il tuo contatto caro professore), e poi, questo articolo è uscito più di un anno fa sul (cartaceo) mensile “sicilia libertaria” che ha una distribuzione di circa 1000 copie, dopo l’ho ri-scritto sul blog…se ti va di scambiare seriamente e costruttivamente delle idee presentati…altrimenti tieniti i tuoi insulti, la tua professione, la tua scienza e saccenza!

  4. entoni says:

    Affermare che in Sicilia la musica popolare non esiste più mi sembra un’affermazione molto azzardata. Senza dilungarmi tanto vorrei ricordardi il ricco repertorio di canto a più voci del periodo pasquale. Se è una provocazione è ben accetta, ma non si possono affermare queste enormi banalità.
    E come affermare che il dialetto non esiste più, e che quello autentico era quello che hanno sentito Pitrè, Leydi e Carpitella .
    o forse mi sbaglio. In fondo hai scritto nel tuo blog. E solo li puoi scrivere le tue idee. murarle e chiuderle. Senza dirlo a nessuno. La scienza va studiata molto, approfondita. Altrimenti di che parliamo? di un reality sulle tradizioni popolai?

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Penso ai ragazzi più grandi cresciuti con dosi massicce di musica pseudo-anglosassone e ho vissuto sulle mie spalle lo snobismo della maggior parte degli amici nei confronti del dialetto. In giro c'erano tantissimi gruppi metal, il reggae era in fase embrionale e il nostro giovane gruppo era strano: testi in dialetto, distorsioni e tarantelle.
Il perché di queste scelte stilistiche potrebbe apparire banale, crescere attorno a coetanei che si sforzano di parlare la lingua italiana con quel accento agreste, mi divertiva.
Tutte le nostre canzoni erano sporche, indefinibili, parlavano di cose importanti: noi siamo la generazione scampata all'eroina, siamo quelli delle canne, nati durante il boom economico, dopo la morte di carosello; non abbiamo incontrato mai nessuno che ci facesse innamorare della politica, al massimo qualcuno che ci regalava una maglietta del Che.
Andavamo avanti, eravamo fortunati a credere nella musica mentre altri coetanei svuotavano le case dei genitori per "farsi" (l'ultima generazione: quelli puliti fuori, socialmente belli ma comunque senza denti).

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