Jòmene e jòmene (CD, Luca De Nuzzo, 2009)

Roma, 1998, classico appartamento di studenti, via
Prenestina, tangenziale Fantozzi. Per fortuna le finestre
della casa dava verso il Pigneto, su un capannone con il tetto in
eternit.

http://www.youtube.com/watch?v=ucJv920lYes

Non so chi portò Luca la prima volta a
casa nostra, ricordo solo che all’epoca ritornai ad ascoltare
qualcosa che non fosse jazz o “folk radicale” grazie al suo amore
per il progressive. Finalmente qualcuno mi prestava i dischi degli
AREA! Lui in quel periodo era un po’ fissato e anche un po’ rompi
coglioni, ma a me faceva bene che qualcuno mi smartellasse e mi
togliesse dalla radio i CD di R. Galliano, S. Coleman e Abercrombie.

Io, perderò i contatti con Luca e con
molta altra gente, per via di una convivenza con una ragazza gelosa.
Ovviamente il problema ero io che ho abbandonato tutto, inclusa Roma
nel 2001 per scappare da lei.

Ho appena ascoltato “Jòmene e
jòmene”, il nuovo CD di Luca De Nuzzo (Associazione Controversi,
2009) e non nego di aver goduto. Il fattore principale del mio
godimento, credo sia stata la familiarità che l’ascolto mi ha dato,
qualcosa che ti mette a tuo agio e che ti mette ottimismo. Qualcosa
che ti da la certezza che non sei il solo a pensare “certe cose”,
che il “nuovo folk” non è solamente quello scelto dal mercatino
di nicchia degli intellettualicchi e che uno come Luca percorre la
sua personalissima strada senza poter dire che somiglia a tizio o a
caio…

La musica folk era ormai diventata roba
per ricchi, roba da fanatici archivisti. Fatta per qualche nostalgico
degli anni settanta o per chi si suca tutto ciò che sia in dialetto
ma con una bella batteria rock che batte il tempo. Altri giovani e
meno giovani ascoltano il folk-modaiolo del periodo, perché magari
un giornale di nicchia parla bene di un artista o perché magari
l’artista suona nelle feste di Liberazione….feste di Liberazione?
Ma chi oggi frequenta questi posti? Il folk è solamente per quattro
vecchi (e giovani) comunisti tesserati?

Io credo di no.

Ovviamente oggi è difficile far
circolare un certo tipo di musica, ma bisognerebbe mettersi in testa
che il revival anni ’60-70’/feste de l’Unità è morto. Quella oggi è
solo storia da ricordare.

Un grande compositore come Luigi Nono
negli anni cinquanta andava a suonare nelle fabbriche convinto che
gli operai dovessero ascoltare la sua musica, io oggi lo manderei
affanculo; la sua avanguardia, l’atteggiamento da “maestrina” di
una certa sinistra educatrice, oggi non interessa a nessuno. Nessuno
è disposto a seguire una ideologia, a seguire dei dirigenti venuti
da chissà dove per educare le masse. Molti si lamentano della
società individualista di oggigiorno, io partirei proprio dalla
ricchezza dell’individuo per andare avanti.

Ecco perché il nuovo folk non può
rappresentare nessuno se non chi ha scritto le canzoni. Può far
nascere emozioni all’ascolto che non svaniscono nel nulla della
musica commerciale, lasciano ricordi che ti porti dietro magari
pensando che tra tanti individui di paese,
macchinoni-lavoro-ignoranza, qualcuno emerge, qualcuno ha molto da
dire. Si, è finita l’epoca della musica sociale, del migliorare la
società, per una società migliore, a mio avviso c´è solo da
distruggere. Bakunin diceva che ci penseranno poi le nuove
generazione a ricostruire.

Quindi un artista oggi non deve
dimostrare niente a nessuno, deve solamente essere se stesso senza
avere la pretesa di rappresentare chissà quale strato più basso
della società.

“Jòmene e jòmene” è un disco
evoluto, i suoi testi e le sue musiche, vengono da attente letture ed
ascolti, da studio e concentrazione. L’intimità riversata poi in un
master, è il percorso di una persona che ha bisogno di raccontarsi.

Luca (come del resto anche io), è
figlio di quella gente normale che ha potuto curiosare, leggere e
studiare. Anche Luca ricorderà benissimo le teste rotte a pietrate
da bambini nel suo paese, come le prime letture importanti. Luca
conoscerà il suo dialetto ma nella “Roma da bere” non fa la
figura della cavia da laboratorio, venuto dal nulla a cui rubare la
sua genuina cultura scomparsa (vedi ieri Matteo Salvatore, oggi il
mio grande amico Nicola Briuolo), ma uno da invidiare; la nostra
fortuna è che abbiamo vissuto anche le piazzette e le lotte, cosa
che i molti “utenti” della nuova canzone d’autore non conoscono.
Loro andavano a tennis e in piscina, noi forse, ma di certo passavamo
molto tempo in quartiere con il figlio del bracciante ad imparare a
dire parolacce. Ad esempio, ricordo di aver detto “sperma” (in
dialetto siciliano) per almeno un paio di anni senza sapere cosa
significasse, ma sapevo benissimo, già all’età di otto anni, cosa
significa “cazzare” nel termine velico-marinaro.

Il brano che preferisco dell’album è
proprio l’ultimo, forse non doveva essere messo alla fine, forse si,
forse da quando si ascoltano brani e non più interi dischi, quello
che ho detto non ha senso…il brano è “Fiète p’u cièle”,
dedicato a P.P.Pasolini. Il brano musicalmente, mi ricorda il Luca di
dodici anni fa: se gli AREA erano meglio con Djivas o Tavolazzi, se
era meglio l’album del ’78 o il primo.

Il testo, molto personale, ricorda un
Pasolini incompreso da una massa ignorante fatta di parenti e “lo
dico a mio padre”, qualcosa che ti chiude le porte ad un mondo da
scoprire e ti blocca all’interno delle lunghe radici del popolo
italiota, fatto di rituali e anacronistiche tavolate della domenica.

Il tema della famiglia, dell’inutilità
della famiglia, di quella famiglia sud-italiana unita a tutti i
costi, è molto presente in questo disco; ad esempio nel brano
“N’drète au pèdre”, si avverte una confusione fatta di odio e
amore, di puro sentimento e lucido distacco nei confronti di una
figura simbolica, molte volte assente ma da rispettare: il padre.

Il disco è ben suonato, i musicisti
sono validissimi e gli ospiti grandiosi. Credo che tutti i brani
dovevano essere registrati dal vivo, facendo suonare
contemporaneamente i musicisti; gli arrangiamenti avevano bisogno di
quel tipo di dinamica per i solo ad esempio e le svariate parti
jazzate. Inoltre gli stessi arrangiamenti non li ho trovati
all’altezza delle composizioni, si è cercato di riprodurre con
semplicità il tutto ma spesso banalmente. Infine, non mi piace il
suono di batteria e delle percussioni, manca nella registrazione un
senso di spazialità di questi strumenti e una corretta
equalizzazione.

Ho già detto a Luca che vorrei
ascoltarlo da solo, voce e chitarra. Oggi bisognerebbe trovare il
coraggio di esibirsi “nudi” solo con il proprio strumento, credo
che lui ne sia all’altezza e sarebbe una grande scossa nel mondo
della nuova musica d’autore.

This entry was posted in arte E rivolta: gli arditi dell'arte. Bookmark the permalink.

2 Responses to Jòmene e jòmene (CD, Luca De Nuzzo, 2009)

  1. maria pezzia says:

    ma come funzionano i commenti, te ne ho mandato uno ma non compare

  2. maria pezzia says:

    ah finalmente ho capito perché te ne sei andato da roma. c’era qualcos che non mi tornava! mo mi sento il disco.

Comments are closed.