L’avanguardia della sagra della salsiccia

[…]
Ma non pensate solo che noi due si sia rinunciato alla
rivolta!
Studiamo insieme il russo al Berlitz School.
(Fausto
Amodei)

 

Vinile:
canzone politica come psichedelia. Sergio Liberovici come Syd
Barrett.

 

 

Ricordo
di aver comprato per caso in una bancarella circa dieci anni fa il
mio primo disco dei “Cantacronache”,
ne trovai uno a 5.000 lire. Arrivato a casa, spacchetto il tutto,
metto il vinile quasi nuovo sul giradischi e mi siedo.

Il
primo brano dell’ LP in questione “Cantacronache
2
” è “dove vola l’avvoltoio”, leggo sulla copertina che il
testo è di Calvino, la cosa mi incuriosisce molto; ovviamente il
testo della canzone mi colpisce in modo esagerato, un brano stupendo
e senza tempo.

Non
capisco bene la musica, gli arrangiamenti del pianoforte e
l’inconsueta melodia della voce che canta…rimetto indietro la
puntina del mio giradischi e mi godo questi arrangiamenti di
pianoforte assurdi, semplici e secchi ma assolutamente fuori dal
comune. Qualche anno dopo Liberovici diventerà uno dei miei
compositori preferiti.

 

 

Ricordo
che provai la stessa sensazione ascoltando una musica per me nuova
dieci anni prima, circa vent’anni fa. Andavo alle medie e le mie
passioni più forti erano la chitarra e gli LP. Un sabato pomeriggio
comprai in offerta un vinile dei Pink Floyd, una raccolta dal titolo
Masters
of rock
”, c’erano i brani dei primi due album dei e i singoli
precedenti fondamentalmente, io conoscevo ancora le cose più
commerciali come “The wall, “The dark side of the moon” e gli
ultimi live, ma ad ascoltare un brano come “Chapter 24”, provai
la stessa sensazione di ascoltare “Dove vola l’avvoltoio”.
Penserete che i due gruppi non c’entrano niente l’uno con l’altro, ma
se dovessi produrre una compilation li metterei accanto, uno dietro
l’altro, come del resto farei con “Uno uguale a me” e “See
Emily Play”.

Ambedue
i brani dei Pink Floyd menzionati sono di Syd
Barrett
, secondo me l’essenza più forte dei Pink Floyd; Barrett
già nel secondo album collaborò poco per problemi psicologici e di
droga, infatti vi consiglio di cercare i singoli dei Pink Floyd
scritti da lui e soprattutto il primo album “The Piper At The Gates
Of Dawn”(1967).

L’inconsueto
parallelismo tra Liberovici e Barrett, farà sicuramente incazzare i
puristi del genere, quei puristi che oggi si sono rassegnati a feroci
arrangiamenti di contorno al canto politico degli anni cinquanta e
sessanta, arrangiamenti che a mio avviso hanno sventrato la vera
essenza di quei canti e di quelle musiche perfette: scarne ed
essenziali ma armonicamente impeccabili, suonate con gli strumenti
giusti come pianoforte, trombone, voci e qualche chitarra perlopiù.

La
mia insolita comparazione si basa sull’innovazione, innovazione che i
due gruppi portarono nel mondo della musica, in periodi e “mondi”
diversi dalla solita canzonetta o rock di turno.

Se
la base dei Pink Floyd e Syd Barrett erano i Beatles, quella dei
Cantacronache era la musica popolare o la poesia; se l’ispirazione
dei Pink Floyd veniva da altri mondi grazie all’uso di LSD, quella
dei Cantacronache nasceva invece dalla realtà: una seconda guerra
mondiale appena conclusa, degli anni cinquanta di speranza e di
inganno, un movimento culturale italiano fuori dai salotti e pronto a
confrontarsi con la gente normale.

Feroci
arrangiamenti fuoriluogo: il fenomeno “Modena city ramblers”.

Vado
sempre più indietro nel tempo, ricordo un viaggio a Milano ancora
minorenne, incosciente come adesso ma con pochissima esperienza di
vita e senza figli. Credo fosse il 1995, l’anno prima avevo comprato
“riportando tutto a casa”, il primo disco dei Modena
che trovo fenomenale. Mi colpiva la voce del cantante soprattutto e
gli arrangiamenti in stile “word music” anni ottanta/novanta dove
sentivi i Pogues, Les negresses vertes e qualcosa di veramente
originale che c’era in questo gruppo.

A
Milano ebbi la fortuna di andarli a sentire, ancora con il primo
cantante che da lì a poco andò via; non li conosceva quasi nessuno
e io, da ragazzino Isolano, facevo il figo riconoscendo i titoli dei
brani.

A
mio avvisò cambiò tutto quando il cantante andò via, una voce del
genere era troppo importante per il gruppo. Passarono gli anni,
Berlusconi era sempre più in mostra e i Modena sarà per il
successo, sarà per il cambiamento politico, decisero di schierarsi
sempre più diventando il gruppo ufficiale (ufficioso) di
Rifondazione Comunista.

Dapprima
suonavano tranquillamente nei centri sociali, ma poi la loro svolta
fu palese. Ovviamente queste sono scelte personali che non sto a
condannare, condanno solamente intere generazioni di “giovani
comunisti” cresciuti a falci, martello, Modena city ramblers e
magliette del Che, giovani comunisti che hanno abbracciato la causa
della musica con il mito dei Modena senza guardarsi indietro e
vivendo quotidianamente la spensieratezza dei balli e del sound
system delle manifestazioni.

Non
attacco nessuno, anzi credo che i primi Modena come i Mau Mau, i
primi 99Posse, Bisca, Almamegretta, erano dei gruppi innovativi che
avevano tantissimo da dire; venivano quasi tutti da centri sociali,
dal movimento della Pantera
e la loro genuinità stava forse in questo. Il problema sono quei
giovanissimi cresciuti alle loro spalle, gli “utenti della musica
rivoluzionaria”, quelli che pagano 20 euro per un concerto di
questi gruppi e che magari chiedono l’autografo a queste rockstar
italiote che conosci tramite giornali borghesi come “Tutto”, “XL
di Repubblica” e così via.

Ripeto
che non sto a condannare la svolta commerciale di questi gruppi, ma
“l’effetto pecorone” che si è portata dietro, gli stormi di
ragazzini così pigri che non hanno manco la forza di cercarsi
dietro, di cercare come suonava prima dei Modena la musica popolare o
il canto di protesta.

Ecco
che si crea uno stile da seguire, decine di gruppi come i Modena
(lasciamo perdere le sfumature, che secondo me non ci sono), con la
stessa formazione: fisarmonica, magari il mandolino o il violino,
magari una percussione Araba che dà quel fascino esotico e,
soprattutto, un ritmo martellone che faccia ballare dall’inizio alla
fine del concerto il pubblico. Ovviamente un pubblico spensierato,
che non ascolta il testo della canzone se non a casa con le cuffie,
un pubblico saltellante ma impegnato nella propria spensieratezza, un
pubblico che intende un concerto come “dopolavoro” (o
dopostudio), senza pretese di imparare e condividere qualcosa.

Io
sono per l’hardcore.

La
musica da “sfogo” esisteva già e non c’era bisogno di
“ballarizzare” il canto politico. Possiamo andare dalla Techno
all’Hardcore, dal Reggae alla Tarantella, poi si è pensato di
inglobare un po’ tutti i generi non riuscendo più a gustarsene uno.

La
cosa che proprio non capisco è come si possa ascoltare un bellissimo
testo in un brano fatto per danzare e soprattutto con un pubblico che
pretende solo questo: un ritmo incalzante.

Vi
faccio un esempio pratico:

-sto
sotto al palco di un concerto, ballo come un pazzo e dopo un paio di
pezzi tocca alla canzone più lenta. Questo brano serve a farmi
riposare, infatti mi accenderò una sigaretta e parlerò un po’ con i
miei amici, magari vado pure a riempire il bicchiere; pochissimi
ascolteranno il brano, anche perché è logico che dopo quindici
minuti di salti bisogna riposarsi-.

Istruzioni
per l’uso della mano destra nella chitarra.

Esiste
qualche cantante, qualche gruppo che non ha paura di “spogliarsi”
davanti al pubblico? Ecco, qui ci sarebbe da fare nomi, spero di non
farne ma non vi assicuro niente.

Analizziamo
il problema per benino…innanzi tutto per esibirci su un palco da
soli con una chitarra suonata senza plettro, occorre saper suonare la
chitarra con le dita ed avere una voce molto presente; inoltre ci
occorre una presenza scenica, questa viene da sola se si è convinti
di quello che si sta cantando.

Voce
presente non significa “bella voce”, significa che la voce ha un
volume e che riesce a narrare veramente un testo importante durante
l’esecuzione…vedete che è molto difficile se si è abituati a
suonare sempre in una formazione elettrica con basso e batteria.

La
chitarra ha un ruolo importantissimo: sarà la nostra percussione, il
nostro silenzio, il nostro mitra e anche il nostro amore (scusate
l’ovvietà ma per molti non è così semplice). Proprio per questo
saper suonare senza plettro è importantissimo perché si possono
fare molte più cose con le dita, non importa quanti accordi sai
prendere, per certi aspetti bastano “prima, quarta e quinta” in
“maggiore e minore” se sai usare le dita della mano destra.

Il
tempo è importantissimo, quando si suona da soli lo si può anche
“dilatare” parecchio, cioè fare pause lunghe o brevi, rallentare
nel finale o prima dell’inciso di un brano, fermarsi all’improvviso o
attaccare due strofe. Questo fa l’interpretazione di una canzone con
un testo importante, assolutamente no il “cantarsi addosso”, cioè
pensare al testo durante l’esecuzione per enfatizzare ogni singola
parola.

Bisogna
tenere le giuste distanze da una canzone impegnata, ha già tutta la
forza dentro di se e non ha bisogno di ulteriori stimoli ma solo di
un accompagnamento che la culli o la strozzi, che le faccia da
“vassoio” della portata più importante.

Mi
chiederete perché oggi qualcuno dovrebbe cantare così? Secondo me,
per rispetto di certi testi importanti, altrimenti non avrebbe senso
cantarli se non messi in primo piano, qui stiamo parlando di canzoni
e non di musiche.

Ritornando
a Liberovici, la sua bravura a mio avviso era rendere importante il
testo con delle armonie se vuoi complicate ma con arrangiamenti
essenziali; oggi si ha il contrario: armonie semplicissime e
arrangiamenti pasticcioni pieni di strumenti che fanno bordello,
senza dinamica.

Strumenti
come la fisarmonica (qui ci vorrebbe il buon vecchio Theodor
Adorno
) sono veramente antipatici in alcuni contesti. Se un brano
ha delle armonie “delicate”, o abbisogna di dinamiche leggere, la
fisarmonica è lo strumento meno indicato, la fisarmonica è uno
strumento popolare da ballo con un suono molto forte e con degli
accordi preconfezionati nei tastini neri dei bassi. La libertà di
una chitarra o di un pianoforte non possono essere sostituiti da una
una fisa.

Il
gruppo ideale per un testo importante?

Ritorniamo
indietro e ricordiamoci di Alfredo
Zitarrosa
, un grandissimo cantautore Uruguayano che si esibiva da
solo con la sua voce, tre chitarre e un chitarrone (a volte anche una
leggera, leggerissima percussione). Ascoltatelo, non avrete nostalgia
né della batteria, né del basso o di uno strumento solista come
flauto traverso o violino; tutto l’essenziale racchiuso nelle armonie
delle corde…ecco, io oggi ripartirei da Zitarrosa…

Conclusioni:
presente e futuro.

Ricapitoliamo
un attimino: i Modena sono un gruppo a se che non hanno colpe se
hanno istruito un’intera generazione di pseudo-ballabili-musicisti, i
Cantacronache sono la cosa più bella, utile e fondamentale che il
canto di protesta italiano abbia concepito, Alfredo Zitarrosa invece
ha inventato i migliori arrangiamenti per far risaltare il testo di
una canzone grazie alla formazione del suo gruppo.

Oggi
in Italia abbiamo invece da una parte i cantautori o gruppi
casciaroni con batterie e bassi, dall’altra quelli che hanno ancora
il mito di
Georges
Brassens
che vivono di romantici ricordi passati, ignorando che il suono e la
musica hanno fatto grandi passi indietro e avanti (io sono forse tra
questi, quelli che si suonano i brani come sono stati inventati o
quasi).

Ecco,
mi sono contraddetto: non concordo con i gruppi casciaroni e manco
con i conservatori del canto di protesta, ma allora?

Forse
mi piacerebbe ascoltare i vecchi brani in versione originale o quasi
e i nuovi in modo totalmente nuovo. Vorrei che il modo di scrivere
non si limiti ai riferimenti del mito di De Andrè o Ciampi. Mi
piacerebbe che si lasciassero in pace i morti senza starli troppo a
venerare e iniziare a scrivere e comporre in modo unico, concependo
qualcosa di magari “invendibile” perché nuova, che non faccia
dire all’ascoltatore -uh, questo mi ricorda…?!-, mi piacerebbe che
si trovasse il coraggio di snobbare i vari Premi fuori luogo, ormai
vecchi che premiano solamente uno stile vagamente riconoscibile nella
storia della canzone d’autore italiana.

Mi
piacerebbe che almeno i giovani non abbiano miti musicali così
fondamentali da scopiazzarne lo stile magari ri-arrangiando il tutto
con le nuove tecnologie e mi piacerebbe non sentire più quelle
odiosissime voci rauche ma più belle voci come Andrea
Parodi
, mi piacerebbe che i micro-salottini degli studiosi del
canto politico siano al nostro livello e non che si portino nel loro
Olimpo i grandi come Fausto Amodei e Co.

Si,
vorrei un canto di protesta per tutti, ma i gelosi esperti italiani
sono troppo intellettuali per condividerlo con noi persone normali e
anormali; una volta entrato nell’Olimpo del canto di protesta ti
tieni stretto il tuo spazietto, scrivi libri e partecipi ai dibattiti
fatti anch’essi da borghesucci di provincia che se la cantano e se la
suonano ignorando di vivere in un paese di merda, pieno di palchi e
pulpiti, intellettuali incompresi, rifondaroli in crisi, anarchici
organizzati, feste de L’ Unità e di Liberazione come sagre della
salsiccia.

Oggi
ci accomuna soltanto la salsiccia, allora perché non tentare di
suonare nelle Sagre la musica di protesta?

Non
vorrei apparire come quello che ha capito tutto, come il “puro e
duro” di turno perché anche io sono un venduto nel mio piccolo e
non voglio dare l’esempio a nessuno. Credo però che una provocazione
del genere, quella della “sagra della salsiccia” e della musica
di protesta sia un’innovazione; provare a cantare per gente diversa,
magari prendendosi i fischi inizialmente ma poi qualcuno ascolterà
quel testo che la gente si porterà dentro di se, a casa, quelle
parole che in TV nessuno dice e che i giornali non scrivono, quelle
frasi che la gente ha bisogno di sentire per non sentirsi sola o
diversa da quella massa a cui ci conviene appartenere per non apparire “strani”.

Un
paese vuol dire non essere soli,
avere gli amici, del vino, un
caffè.

Io
sono della città;
riconosco le strade
dalle buche rimaste,
dalle
case sparite,
dalle cose sepolte
che appartengono a me.

Al
di là delle gialle colline c’è il
mare,
un mare di stoppie, non
cessano mai:
il mare non voglio più,
ne ho visto abbastanza;
preferisco una rampa e
bere in silenzio, quel
grande silenzio che
è
la vostra virtù.

E
in silenzio girare per quelle
colline,
le rocce scoperte, la
sterilità
(lavoro non serve più,
non serve schiantarsi)
e le
mani tenerle
dietro la schiena,
non fare più nulla
pensando al
futuro.

La
sola freschezza è rimasta il
respiro,
la grande fatica è salire
quassù.
Ci venni una volta quassù
e quassù son rimasto
a
rifarmi le forze,
a cercarmi i compagni,
a trovarmi una terra,
a
trovarmi un paese.

Un
paese vuol dire non essere soli.

(Mario Pogliotti, in ricordo di Cesare Pavese)

 

This entry was posted in arte E rivolta: gli arditi dell'arte. Bookmark the permalink.