AGORA, Alejandro Amenábar (Spagna 2009)

visto in inglese con sottotitoli in portoghese


Non riesco a spiegarmi, adesso che ho visto il film, perché “Agora” non è uscito in italia. Da convinto anticlericale quale sono, non riesco a trovare esplicite offese verso i cattolici in questa pellicola di Alejandro Amenábar. Il film non nasconde le cattiverie dell'essere umano che difende il proprio credo e cerca di imporlo agli altri. Se poi, sono i cristiani ad uccidere Ipazia, è dovuto solamente al potere che in quegli anni il “nuovo” credo sviluppava sulle masse.


Amenábar non ha fatto un film anticlericale, ma un film sulla libertà, sull'indipendenza di una donna di millesettecento anni fa. Questo mi ha colpito veramente: non è un film politico ma storico, curato nei minimi dettagli come nei costumi, nel sobrio uso del digitale per la fotografia e per l'impossibile ma credibile esecuzione di musiche dell'epoca. È un film dedicato alla donna, alla saggezza della donna. Se Ipazia è la protagonista, il maschio è l'antagonista della storia, quello che risolve i problemi con la violenza e cerca di imporre la propria autorità in tutti i modi. Le religioni non sono altro che un pretesto per fare a botte ed uccidere qualcuno. Il maschio fa la sua giusta figura da caprone dominante. Ipazia è la speranza per una società giusta.

La pubblicità che si sta facendo a questo film, almeno in italia, è assolutamente errata; il film non attacca nessuno in particolare e ci hanno fatto credere a tutti di chissà come i cristiani vengono descritti.

La pellicola comincia con le lezioni di Ipazia nella biblioteca Alessandrina: unica donna, stimatissima, in mezzo a soli uomini. Il padre di Ipazia, anch'esso filosofo è il capo della cricca.

I cristiani cominciano ad essere sempre di più ad Alessandria, fino a quando non provocheranno gli studiosi, imbrattando le statue pagane all'ingresso della biblioteca. Ecco che l'essere umano, ferito nell'orgoglio e nell'intimità delle proprie convinzioni, parte all'attacco. Si dividono le spade tra filosofi, studenti e schiavi, si corre all'esterno della biblioteca per uccidere i cristiani. Ipazia è ovviamente contraria alla violenza, ma i maschi, feriti intimamente, non ci pensano due volte.

Dopo questi morti, ce ne saranno altri di crudeli scontri. Ci sarà anche un periodo di tregua, molti si convertiranno al cristianesimo per interessi politici-istituzionali.

Arrivano anche gli ebrei, ci saranno lotte e lapidazioni tra cristiani e giudaici, gli ebrei verranno scacciati dalla città.


Ad Ipazia verrà consigliato di battezzarsi e diventare cristiana, non disposta a cedere, ammetterà pubblicamente che lei crede nella filosofia; inoltre sta studiando le orbite ellittiche del sistema solare che scoprirà Keplero più di mille anni più tardi e la sua vita è totalmente dedicata a questo.

Il finale lo immaginate o conoscete già, ma forse non sapete che il mandante della morte di Ipazia, Cirillo, venne poi proclamato santo.



due note:


cercate il libro su Ipazia di Augusto Agabiti (pref. Emilia Renzi) delle edizioni “la Fiaccola” di Ragusa. Franco Leggio è stato il primo a pubblicare e a dedicare un'intera collana alla filosofa.


Non dimenticatevi nemmeno di Porfirio e il suo “discorsi contro i cristiani”, di Fra Dolcino e Margherita, di Giordano Bruno...

 

 

 







 

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cavolfiore tagliato con coltello di ceramica

 

cavolfiore tagliato con coltello di ceramica
 

 

 

 

 

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Jòmene e jòmene (CD, Luca De Nuzzo, 2009)

Roma, 1998, classico appartamento di studenti, via Prenestina, tangenziale Fantozzi. Per fortuna le finestre della casa dava verso il Pigneto, su un capannone con il tetto in eternit.

Non so chi portò Luca la prima volta a casa nostra, ricordo solo che all'epoca ritornai ad ascoltare qualcosa che non fosse jazz o “folk radicale” grazie al suo amore per il progressive. Finalmente qualcuno mi prestava i dischi degli AREA! Lui in quel periodo era un po' fissato e anche un po' rompi coglioni, ma a me faceva bene che qualcuno mi smartellasse e mi togliesse dalla radio i CD di R. Galliano, S. Coleman e Abercrombie.

Io, perderò i contatti con Luca e con molta altra gente, per via di una convivenza con una ragazza gelosa. Ovviamente il problema ero io che ho abbandonato tutto, inclusa Roma nel 2001 per scappare da lei.


Ho appena ascoltato “Jòmene e jòmene”, il nuovo CD di Luca De Nuzzo (Associazione Controversi, 2009) e non nego di aver goduto. Il fattore principale del mio godimento, credo sia stata la familiarità che l'ascolto mi ha dato, qualcosa che ti mette a tuo agio e che ti mette ottimismo. Qualcosa che ti da la certezza che non sei il solo a pensare “certe cose”, che il “nuovo folk” non è solamente quello scelto dal mercatino di nicchia degli intellettualicchi e che uno come Luca percorre la sua personalissima strada senza poter dire che somiglia a tizio o a caio...


La musica folk era ormai diventata roba per ricchi, roba da fanatici archivisti. Fatta per qualche nostalgico degli anni settanta o per chi si suca tutto ciò che sia in dialetto ma con una bella batteria rock che batte il tempo. Altri giovani e meno giovani ascoltano il folk-modaiolo del periodo, perché magari un giornale di nicchia parla bene di un artista o perché magari l'artista suona nelle feste di Liberazione....feste di Liberazione? Ma chi oggi frequenta questi posti? Il folk è solamente per quattro vecchi (e giovani) comunisti tesserati?

Io credo di no.

Ovviamente oggi è difficile far circolare un certo tipo di musica, ma bisognerebbe mettersi in testa che il revival anni '60-70'/feste de l'Unità è morto. Quella oggi è solo storia da ricordare.

Un grande compositore come Luigi Nono negli anni cinquanta andava a suonare nelle fabbriche convinto che gli operai dovessero ascoltare la sua musica, io oggi lo manderei affanculo; la sua avanguardia, l'atteggiamento da “maestrina” di una certa sinistra educatrice, oggi non interessa a nessuno. Nessuno è disposto a seguire una ideologia, a seguire dei dirigenti venuti da chissà dove per educare le masse. Molti si lamentano della società individualista di oggigiorno, io partirei proprio dalla ricchezza dell'individuo per andare avanti.

Ecco perché il nuovo folk non può rappresentare nessuno se non chi ha scritto le canzoni. Può far nascere emozioni all'ascolto che non svaniscono nel nulla della musica commerciale, lasciano ricordi che ti porti dietro magari pensando che tra tanti individui di paese, macchinoni-lavoro-ignoranza, qualcuno emerge, qualcuno ha molto da dire. Si, è finita l'epoca della musica sociale, del migliorare la società, per una società migliore, a mio avviso c´è solo da distruggere. Bakunin diceva che ci penseranno poi le nuove generazione a ricostruire.

Quindi un artista oggi non deve dimostrare niente a nessuno, deve solamente essere se stesso senza avere la pretesa di rappresentare chissà quale strato più basso della società.


“Jòmene e jòmene” è un disco evoluto, i suoi testi e le sue musiche, vengono da attente letture ed ascolti, da studio e concentrazione. L'intimità riversata poi in un master, è il percorso di una persona che ha bisogno di raccontarsi.

Luca (come del resto anche io), è figlio di quella gente normale che ha potuto curiosare, leggere e studiare. Anche Luca ricorderà benissimo le teste rotte a pietrate da bambini nel suo paese, come le prime letture importanti. Luca conoscerà il suo dialetto ma nella “Roma da bere” non fa la figura della cavia da laboratorio, venuto dal nulla a cui rubare la sua genuina cultura scomparsa (vedi ieri Matteo Salvatore, oggi il mio grande amico Nicola Briuolo), ma uno da invidiare; la nostra fortuna è che abbiamo vissuto anche le piazzette e le lotte, cosa che i molti “utenti” della nuova canzone d'autore non conoscono. Loro andavano a tennis e in piscina, noi forse, ma di certo passavamo molto tempo in quartiere con il figlio del bracciante ad imparare a dire parolacce. Ad esempio, ricordo di aver detto “sperma” (in dialetto siciliano) per almeno un paio di anni senza sapere cosa significasse, ma sapevo benissimo, già all'età di otto anni, cosa significa “cazzare” nel termine velico-marinaro.


Il brano che preferisco dell'album è proprio l'ultimo, forse non doveva essere messo alla fine, forse si, forse da quando si ascoltano brani e non più interi dischi, quello che ho detto non ha senso...il brano è “Fiète p'u cièle”, dedicato a P.P.Pasolini. Il brano musicalmente, mi ricorda il Luca di dodici anni fa: se gli AREA erano meglio con Djivas o Tavolazzi, se era meglio l'album del '78 o il primo.

Il testo, molto personale, ricorda un Pasolini incompreso da una massa ignorante fatta di parenti e “lo dico a mio padre”, qualcosa che ti chiude le porte ad un mondo da scoprire e ti blocca all'interno delle lunghe radici del popolo italiota, fatto di rituali e anacronistiche tavolate della domenica.

Il tema della famiglia, dell'inutilità della famiglia, di quella famiglia sud-italiana unita a tutti i costi, è molto presente in questo disco; ad esempio nel brano “N'drète au pèdre”, si avverte una confusione fatta di odio e amore, di puro sentimento e lucido distacco nei confronti di una figura simbolica, molte volte assente ma da rispettare: il padre.


Il disco è ben suonato, i musicisti sono validissimi e gli ospiti grandiosi. Credo che tutti i brani dovevano essere registrati dal vivo, facendo suonare contemporaneamente i musicisti; gli arrangiamenti avevano bisogno di quel tipo di dinamica per i solo ad esempio e le svariate parti jazzate. Inoltre gli stessi arrangiamenti non li ho trovati all'altezza delle composizioni, si è cercato di riprodurre con semplicità il tutto ma spesso banalmente. Infine, non mi piace il suono di batteria e delle percussioni, manca nella registrazione un senso di spazialità di questi strumenti e una corretta equalizzazione.


Ho già detto a Luca che vorrei ascoltarlo da solo, voce e chitarra. Oggi bisognerebbe trovare il coraggio di esibirsi “nudi” solo con il proprio strumento, credo che lui ne sia all'altezza e sarebbe una grande scossa nel mondo della nuova musica d'autore.

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mappe sonore invernali

sono stato in un paesino tipo il mio, ma a circa 3000 km di distanza, il clima era quello del classico paese a 5 km dal mare.

sono stato come tecnico del suono e nei tempi mortimi metto a registrare...all'improvviso dei tizi con dei cappelli ricavati dai boccioni di plastica da 5 litri di vino, si presentano a suonare con vecchi strumenti scordati e scoordinati, ecco a voi:

http://aporee.org/maps/?loc=6024

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olio di ricino al peperoncino

lo so è cattiva

ma niente in confronto a quello che sta succedendo...

 

 

 

 

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leggete gli italiani che difendono il loro paese all'estero VERGOGNA

ipocrisia e volemose bene, gli italiani brava gente e toto cutugno con la chitarra in mano...

sveglia PAESE DI MERDA!!!

un articolo tradotto da "italia dall'estero" (veramente vergognoso) in risposta a questo


Non siate così rapidi a condannare l’Italia

Articolo di Società cultura e religione, pubblicato lunedì 4 gennaio 2010 in Gran Bretagna.

[The Guardian]

Mi dispiace molto che Martin Kettle abbia cambiato idea sull’Italia e abbia quasi deciso “di non metterci più piede”. Temo che così facendo negherà a se stesso l’opportunità di andare oltre quella sindrome del “vedere solo ciò che vogliono vedere” che giustamente condanna nel suo articolo.

Credo che egli dovrebbe, invece, visitare l’Italia più spesso perché la sua riflessione era piena degli stereotipi più comuni sul mio paese. Si renderebbe conto velocemente di quanto sia inappropriato trarre conclusioni tanto drastiche basandosi su resoconti di racconti altrui. Troverebbe altre storie da raccontare. Adotterebbe probabilmente un linguaggio più sfumato. Per lo meno, avrebbe evitato riferimenti inutili a grandi italiani come Dante e Verdi, che sono completamente fuori luogo nel suo articolo.

Sottolineo questo punto perché credo che questioni complesse e delicate come immigrazione e razzismo richiedano un’analisi più sobria ed attenta. In Italia c’è un dibattito acceso su questi argomenti. Molti italiani hanno sofferto nel non troppo lontano passato il dolore di vivere all’estero, non sempre nelle migliori condizioni, quindi sappiamo di cosa stiamo parlando.

Oggi, invece di esportare manodopera, ne abbiamo bisogno. Probabilmente non abbiamo ancora afferrato in pieno tutte le conseguenze di un tale repentino cambiamento di direzione. Ci vuole tempo e dev’essere completamente accettato da tutta la popolazione, ad ogni livello. Credo che sitamo facendo del nostro meglio per rispondere a queste sfide in maniera completa, affrontandone tutti gli aspetti ma, soprattutto, rispettando i diritti umani e lo stato di diritto.

Non nego che stiamo incontrando dei problemi, ma aggiungerei “come chiunque altro”. Stiamo cercando il supporto dei nostri partner nell’affrontare i flussi di immigrazione clandestina che prendono di mira l’Italia come punto d’accesso più vicino all’Europa. Sarebbe bene essere prudenti prima di giudicare l’Italia nella sua interezza. Insultare un intero paese (”corrotto, depravato, razzista e anarchico”) rappresenta un’azione eccessivamente emotiva e, mi dispiace dirlo, piuttosto deplorevole.

Sono fiducioso che Martin Kettle, rileggendo il suo articolo, si pentirà del suo brusco atteggiamento da “fine di una storia d’amore”. Meritiamo più rispetto.

[Articolo originale "Don't be so ready to damn Italy" di Giovanni Brauzzi]

 

 

 

 

 

 

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facebook negli anni settanta

link originale, nel senso che l'ho inventata io sta cosa ma fatene ciò che volete e magari citate la fonte
 
Dopo la dichiarazione di Schifani: -Facebook più pericolosa degli anni settanta-

non avevo capito bene cosa intendesse dire, mi sono messo quindi a fare alcune ricerche e alla fine ho capito che aveva proprio ragione.
Effettivamente Facebook già esisteva negli anni settanta, ovviamente era scritta su fogli di carta a mano o a macchina da chi possedeva questo raro attrezzo.

Nel cassetto dei ricordi di un mio lontano parente, ho trovato il suo account ed un foglio A4 non del tutto compilato. I messaggi si condividevano nelle università, nelle scuole, nelle fabbriche o nelle piazze; in pratica ognuno lasciava il proprio foglio con l'account su un tavolino dove, gli amici, scrivevano i propri eventi e status.

questa è la rarissima copia che ho ritrovato:

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Ho visto Avatar (J. Cameron, 2009)

 qui in portogallo è arrivato prima che in italia, il 17 dicembre. Sicuramente perché i film non vengono doppiati e ci vuole molto meno tempo ad inserire i sottotitoli.

Il cinema 3D dove l' ho visto aveva però un audio, a mio avviso, pessimo. Sarà deformazione professionale, ma rispetto alla qualità delle immagini, il suono non dava nessuna emozione sensoriale e di sicuro questo non era dovuto al film ma alla disposizione delle casse nella sala e ad una cattiva equalizzazione.

Per il resto, ho goduto per quasi tre ore. Avrei anche potuto vedere il film senza sottotitoli, non capire quasi niente, ma ne sarebbe valsa la pena. Finalmente Il Cinema, la ricerca visiva, quella per cui questo mezzo è nato; non accompagnare solamente storie fatte da interminabili dialoghi, ma immagini e un consapevole ed innovativo utilizzo della tecnologia più all'avanguardia.

Inoltre la trama non era poi male, per certi aspetti una “blasfema” parodia dei classici film patriottici d'azioni americani.


Il film inizia su un'astronave in volo per un pianeta che gli esseri umani stanno tentando di colonizzare. In questo pianeta c'è un minerale molto prezioso che farebbe arricchire la multinazionale del futuro, sovvenzionatrice del progetto e spalleggiata dall'esercito.

Sbarcano dalla grossa astronave militare parecchi veterani di guerra, scelti per una missione in un luogo paragonato all'inferno, tra di loro anche il nostro protagonista sulla sedia a rotelle.

Il nostro protagonista aveva un fratello gemello, quindi geneticamente identico a lui. Dal suo DNA, gli scienziati del laboratorio spaziale, stanno facendo nascere un indigeno.

Questo è il futuro della colonizzazione di nuovi mondi: DNA umano per creare un “avatar” con le sembianze di un abitante del pianeta in questione che tenti di adattarsi, familiarizzare con la popolazione per poi riferire tutto ai suoi mandanti, una volta ritornato nel proprio corpo umano. Infatti il collegamento avviene sdraiandosi su una sorta di bara, venendo poi trasferiti nell'altro corpo dopo una specie di coma.


Vengono spediti in tre, il protagonista, un altro militare un po' NERD ed una scienziata. Il protagonista perdendosi nel pianeta, riesce a farsi accettare da una tribù e ad imparare moltissime loro tradizioni. Scopre inoltre che dalla lunga treccia che hanno gli abitanti di questo pianeta, ci si collega con la “natura”; ogni essere vivente del pianeta ha un collegamento che ad esempio può inserire negli animali per gestire i loro movimenti, inserirlo nelle piante per sentire l'intera natura o utilizzarlo con altri della stessa specie per fare l'amore.

Questa treccia non c'entra niente con il film di Cronenberg.


Il lungometraggio è assolutamente ambientalista e a favore della vera vocazione dell'essere umano, quella di raccoglitore alle volte cacciatore. La tribù ci dimostrerà l'importanza della natura, il rispetto anche nella caccia (per ogni animale abbattuto per mangiare, verrà fatto qualcosa in favore della natura). Il rapporto simbiotico degli abitanti con il loro pianeta, non è una forma di idolatria pagana, ma un necessario e fisiologico bisogno: loro hanno bisogno della vegetazione per sopravvivere.

Quando gli umani attaccheranno il pianeta con elicotteri e armi per distruggere tutto, inizierà una battaglia. Il capitano dell'esercito è il classico yankee esaltato, il suo personaggio è volutamente esagerato che evoca i vecchi “Rambo” e “Commando” dei miei anni ottanta.


Andate a vedere al cinema questo film, andate anche voi non appassionati di fantascienza o fighetti che guardate solamente film francesi. Questo è il futuro ed essendo solo l' inizio di una nuova epoca cinematografica, non poteva andare meglio. Un film tecnologicamente avanzato, dove i mezzi sono in funzione di una “semplice” storia ben raccontata e con un messaggio che ti fa riflettere brutto stronzo che non rispetti il tuo pianeta!

 

 

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franco leggio so' 3 anni

oggi ieri, avrei ricordato Franco Leggio in modo diverso...lo farò, scriverò qualcosa. adesso mi va solamente di dire, dopo tre anni dalla sua morte, che hanno girato un film su Ipazia e lui oltre ad aver pubblicato un libro, aveva dedicato un'intera collana a questo stupendo personaggio.

 

 http://arte.noblogs.org/post/2006/12/15/franco-leggio-ci-ha-lasciato-il-15-dicembre-37-anni-dopo-pino-pinelli

 

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Ricette sonore #1: variante sulla cucina siciliana


premessa.

Non so se già qualcuno ha inserito nelle ricette i suoni della cottura, comunque la trovo un'idea interessante e forse il modo più utile per immaginare il profumo dei piatti (almeno a me dà questo effetto, il mio naso è più collegato alle mie orecchie che ai miei occhi).

Non sono un cuoco, sono un semplice appassionato che non è mai stato in un ristorante d'avanguardia (non me lo posso permettere). Mi occupo di suono, questo è anche il mio lavoro.

Pare che Salgari non fu mai in Malesia, ma la raccontò nei dettagli. Io leggo spesso recensioni e soprattutto guardo foto dei piatti di Adrià e Bottura, questo mi basta per immaginare gli odori e i sapori e sono convinto che ascoltare il suono della preparazione dei loro piatti, mi farebbe ancora più immergere in questi gusti a me sconosciuti.

Questo piatto è una mia variate di un classico siciliano, una versione della “pasta cu la muddica”, una ricetta semplicissima e antichissima.


spaghetti integrali con pangrattato al sesamo e acciughe

 

 

 

Mettete in una padella a fuoco basso dell'olio extravergine d'oliva, aggiungete dell'aglio intero schiacciato. Aggiungete delle acciughe sottolio e lasciate soffriggere.

Appena le acciughe sono completamente spappolate, aggiungere dei semi di sesamo e dopo qualche minuto il pangrattato. Mescolate spesso e spegnete il fuoco appena il pangrattato si inscurisce, eliminate l'aglio.

 

 

 

 

 

In un'altra padella fate semplicemente un soffritto con olio extravergine d'oliva, aglio e peperoncino (come per fare una pasta aglio, olio e peperoncino).


Lessate gli spaghetti integrali al dente, mettete da parte un po' di acqua di cottura. Uniteli nella seconda padella, quella con il soffritto di aglio, olio e peperoncino. Aggiungete un po' d'acqua di cottura e mescolate un minuto a fuoco lento.


Mettete nel piatto la pasta che spolvererete con il pangrattato aromatizzato al sesamo e acciughe. Se la vostra piantina di basilico ancora resiste, aggiungetene qualche fogliolina.


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La fotografa guardona mi fa cacare

Sfogliando quel giornalaccio online di repubblica, mi incuriosisco del link dedicato alla “fotografa guardona”, una statunitense che si chiama Yasmine Chatila, pluripremiata per fotografare i cazzi degli altri di nascosto.

Mi immagino questa tizia che va in giro per New York con la macchina fotografica al collo e con la testa all'insù per vedere se riesce a fottere degli scatti a della gente che, come unica colpa, ha di lasciare la finestra aperta. Io personalmente se venissi fotografato di nascosto e me ne accorgessi, andrei a rincorrerla per spezzarle in due la SD card della sua macchina fotografica.

foto tratta dal sito di Yasmine Chatila

Fondamentalmente la nostra artista fa quello che oggi è più in voga. Con telefonini, macchinette fotografiche economiche, youtube, stanno tutti a rubare immagini personali, un voyeurismo molto lontano dalle grandi scuole di fotografia.

Il fotografo serio non ruba, ha un rapporto umano con il soggetto che lo ha incuriosito, ci parla e dopo aver instaurato un minimo di confidenza chiede se può scattare delle foto.

Qualcuno potrebbe pensare che oggi sia rivoluzionario fottere i momenti della gente a loro insaputa. Personalmente, trovo rivoluzionario che tutti possano trovarsi al momento giusto con un videofonino per documentare violenze, repressioni, soprusi. Forse è difficile però scindere le due cose, avere quella lucida professionalità. Un conto è non saper suonare uno strumento musicale e produrre dei suoni, non fa male a nessuno, è una forma di espressione, ma rubare immagini è rompere l'intimità delle persone è il grande fratello popolare, il grande fratello di quartiere.


Lo stesso discorso, a mio avviso, vale per le registrazioni audio. Il field recording non è popolare come fare foto e video, ma anche in questo campo ci sono dei ladri. A mio avviso se, ad esempio, mi trovo in un villaggio sperduto e in un bar c'è un anziano signore che suona e canta, al momento opportuno vado a presentarmi, scambiare quattro chiacchiere, magari bere qualcosa e poi gli chiedo se posso registrare. Qualcuno mi dirà che in questo modo si perde l'autenticità, la “magia” del momento...e allora? State tranquilli che se instaurate un minimo di confidenza con il vostro potenziale soggetto, otterrete risultati molto migliori. Sicuramente è più difficile, si è sempre meno abituati a parlare con gli sconosciuti, ma questa è la base da cui partire.


Un consiglio a tutti i potenziali soggetti di questi nuovi guardoni e 007 delle patatine, non abbiate timore a girarvi dall'altra parte se qualche sconosciuto vi scatta una foto senza preavviso, alzategli il dito medio, minacciatelo, soprattutto se siete con i vostri figli. Lui ha torto, non capisce un cazzo di fotografia ed è solamente un ladruncolo per niente romantico.

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varianti tricolore

oltre al crocifisso sopra al tricolore si potrebbe mettere dell'altra roba, in teoria ognuno potrebbe affiggerci il proprio idolo:

il tricolore del risorgimento per vecchiacci

i tricolore "sbirulino" per i bambini degli anni '80 come me

il tricolore "che guevara" per voi comunisti

il tricolore "padre pio" che è più venerato di dio in alcune tribù italiche

 

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i discografici chiedono soldi, non solo SIAE

tanto ormai i locali pubblici hanno tutti quelle cazzo di TV accese, tre TV in 40 mq con tre programmi diversi che ti fanno rimbambire. la radio era una gran cosa, meno invasiva e più delicata.

cari stronzi dell'industria discografica, siete consapevoli che tra poco finirete tutti quanti disoccupati, un giorno anche i governi vi scaricheranno...

da repubblica.it

Esercenti in rivolta: ci chiedono di versare altri diritti oltre a quelli Siae

Cifre riscosse dal consorzio dei fonografici Scf in base all'articolo di una legge del 1941

ROMA - Basta avere una radio, un lettore cd o una tv e, naturalmente, tenerli accesi. Che faccia da sottofondo in un negozio, siano note soft in un ristorante, una compilation "sparata" dal parrucchiere o in un bar, e persino un disco messo su in parrocchia: tutto questo ha un costo, come per la musica in discoteca.

 


Rivendicato in migliaia di lettere che stanno arrivano agli interessati. I gestori di pubblici esercizi, negozianti e artigiani sono infuriati: fanno fatica a capire perché, se c'è il diritto d'autore corrisposto alla Siae, per l'utilizzo in pubblico di musica registrata si debba versare un altro compenso che va nelle casse delle case discografiche.

Non si tratta di una truffa ma dei diritti (connessi a quelli d'autore) previsti da un articolo di una legge del 1941. Sì, una legge del secolo scorso. Cifre comprese tra 70 e 600 euro in base all'ampiezza del locale, riscosse dal consorzio dei fonografici Scf, che riunisce le case discografiche e tutela oltre 300 imprese. C'è chi si adegua e paga, anche perché diverse associazioni di categoria hanno stretto accordi con Scf ottenendo sconti (tra gli altri Federdistribuzione, Confcommercio, Federmoda). E c'è chi minaccia di ricorrere al giudice e invita a non pagare.

Confesercenti, Cna, Confartigianato rimproverano ai discografici di battere cassa con modalità aggressive e con tariffe stabilite in modo unilaterale. "Semplicemente rivendichiamo un diritto finora non gestito - precisa Gianluigi Chiodaroli, presidente di Scf - con campagne informative e accordi con le associazioni di categoria che tengano conto dei differenti contesti in cui viene usata la musica". "Circa due anni fa - aggiunge - dai grandi distributori ci siamo spostati sul territorio. Mandiamo 30-40mila lettere l'anno".

Sono diverse le tariffe previste per bar e ristoranti e quelle per i negozi o gli alberghi "tarate" in base al numero di stelle e di stanze. Il bacino è vastissimo: basti pensare che in Italia oltre il 75% dei bar e più del 50% dei ristoranti usano musica regolarmente, secondo le stime. All'inizio gli agenti Scf si sono concentrati nel centro-nord. Da qualche mese il Consorzio si è affidato alla Hunter, un'azienda con sede in provincia di Pavia, per organizzare rilevazioni su tutto il territorio. I controlli sono aumentati: gli incaricati fanno un'ispezione e avvertono il consorzio che invia al titolare il bollettino da pagare.

 

 

Edi Sommariva, direttore generale Fipe che rappresenta gli esercizi pubblici della Confcommercio, ammette: "È un adempimento in più che la categoria non si meritava, ma c'è una legge e va rispettata. Però siamo riusciti a stabilire una cifra condivisibile". Mentre Tullio Galli, direttore Fiepet (Confesercenti), non si dà per vinto. "Noi consigliamo di strappare queste fatture - afferma - Contestiamo il metodo con cui vengono eseguite le rilevazioni". E avverte che dal 2010 si rischia il caos: "La Siae ci ha fatto sapere che da gennaio anche lei riscuoterà il diritto connesso per conto dell'Afi, l'Associazione fonografici italiani. C'è bisogno di un unico regolamento".

Messi a dura prova dai download pirati, i discografici ora cercano di riscuotere quei diritti un tempo pagati solo da chi usava la musica a fini di lucro. "È un tributo inaspettato, una gabella per gli associati", continua Galli. Ed Ettore Cenciarelli, del dipartimento organizzazione della Cna nazionale: "Le imprese artigiane sono prese di mira, parrucchieri e carrozzieri ricevono le lettere sulla base della semplice deduzione che venga usata la musica o di ispezioni camuffate. Sparano nel mucchio, colpiscono anche pizzerie al taglio: che hanno a che fare con locali e pub? Chiediamo che le istituzioni facciano chiarezza. Ma in alcuni casi ci siamo già rivolti al giudice". Intanto, se chi paga oggi ha diritto a uno sconto, chi rifiuta corre il rischio di incorrere anche in sanzioni.

 

 

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la pausa pranzo, ministro si contraddice con l'INRAN

 

tanto per essere popolari, nazionalpopolari, popolarecci, trattiamo un argomento fresco fresco: il ministro rotondi dice che la pausa pranzo non si dovrebbe fare, rovina l'armonia della giornata e negli altri paesi più fighi non si fa (si mangia davanti al PC o dura molta meno).

faccio intanto i miei complimenti a chi ha un lavoro e una pausa pranzo, di sti tempi è raro, poi vorrei sapere perché questi politici sparano così grosse cazzate quando anche i loro organi ufficiali contraddicono una stupida affermazione del genere.

l'INRAN (istituto nazionale per ricerca per gli alimenti e per la nutrizione), appartenente al ministero delle politiche agricole alimentari e forestali, dice proprio il contrario e parla di CONVIVIALITÀ.

nella nuova piramide alimentare istituzionale, si parla di alimentazione equilibrata e per la prima volta di cibi integrali finalmente, inoltre di attività fisica, prodotti stagionali e locali e di convivialità: cioè di rilassarsi almeno quando si mangia, magari con i colleghi a bersi un bicchiere e sparare cazzate senza pensare al lavoro...un'ora mi pare pure poca.

 

 

foto da qui

 

 

 

 

 

 

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Lezione di canto.2

vocalizzi e scale. Le scale salgono, scendono e alle volte si fermano. Spesso non sono nere come il corvo, ma incrociano dei tastini neri del pianoforte: i famosi “#,b”.

Purtroppo i vocalizzi te li fanno sempre cominciare su scale maggiori e triadi maggiori, ignorando la bellezza dei cromatismi e degli intervalli più assurdi. Inoltre già 12 cazzo di note sono troppo poche e ti abituano a cantarne 7 (allora meglio le pentatoniche con 5 che hanno una certa tradizione).


C'è gente con più orecchio, gente con meno orecchio, gente con l'orecchio allenato, gente con l'orecchio pigro e pochissima gente con l'orecchio assoluto. C'è gente che canta a livello professionale, sul palco ti canta le canzoncine senza problemi, ma appena chiedi di riprodurre il suono di una nota del pianoforte, ti canta 3 toni e mezzo sotto la nota suonata.

L'intonazione naturale, i canti in campagna o in viaggio, senza stereo e strumenti invadenti come l'organetto che, parliamoci chiaro, fa un bordello della madonna. Voci, voci, voci, tutti quanti a cantare, incroci di cori con distanze di terze aumentate, ahhhh che bellezza di varietà. Poi uno per fare il figo deve pensare al Ligeti di odissea nello spazio: bastano 5 persone ubriache che cantano senza accompagnamento musicale e nozioni di intonazione “LA440”, sai che spettacolo! (con tutto il rispetto per Ligeti, anzi credo che sarebbe d'accordo con me).

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